Marocco di Edmondo De Amicis pagina 44

Testo di pubblico dominio

circondato dei suoi ufficiali, tutti vestiti di bianco. Il famoso ministro porse tutt’e due le mani, con un atto vivace, all’Ambasciatore, chinò la testa sorridendo verso di noi e ci fece entrare in una piccola sala a terreno, dove sedemmo. Che strana figura! Per un pezzo rimanemmo tutti attoniti a guardarlo. È un uomo sulla sessantina, mulatto, quasi nero, di mezzana statura; ha una testa grossissima e oblunga, due occhi lampeggianti che lanciano uno sguardo astutissimo, un gran naso forcuto, una gran bocca, due file di denti enormi, un mento smisurato; e malgrado questi tratti ferini, un sorriso affabile, un’espressione benigna e modi e inflessioni di voce quanto si può dire cortesi. Ma con nessuna gente quanto coi mori, dice chi li conosce, è facile ingannarsi giudicando l’animo dall’aspetto. Non nell’animo però, nella testa di quell’uomo io avrei voluto vedere! Non ci avrei trovato per certo una grande dottrina. Forse non più che qualche pagina del Corano, qualche periodo della storia dell’Impero, qualche vaga nozione geografica dei primi stati d’Europa, qualche idea di astronomia, qualche regola d’aritmetica. Ma in compenso, che profonda conoscenza del cuore umano, che prontezza di percezione, che sottigliezza di scaltrimenti, che trama intricata di faccende lontanissime da ogni nostra consuetudine, quanti curiosi segreti di reggia, e chi sa che guazzabuglio di rimembranze d’amori, di supplizi, d’intrighi, di vicende strane e tremende! E c’era fors’anche, sotto quel bianco turbante, un concetto della civiltà europea e dello stato del Marocco, non molto diverso dal nostro; tanto che, se avesse potuto esprimere il suo pensiero, avrebbe esclamato:—Eh! cari signori, ne sono più persuaso di voi!—ma era un pensiero imprigionato nel turbante. La stanza, per stanza moresca, era sontuosamente mobiliata, poichè conteneva un piccolo sofà, un tavolino, uno specchio e parecchie seggiole. Le pareti erano decorate di tappeti rossi e verdi, il soffitto dipinto, il pavimento a musaico. Nulla però di straordinario per la casa d’un ministro ricchissimo come Sid-Mussa. Scambiati i complimenti d’uso, fummo condotti nella sala della mensa, ch’era da un altro lato del giardino. Sid-Mussa, giusta il suo costume, non venne. La sala della mensa era, come l’altra, decorata di tappeti rossi e verdi. In un angolo si vedeva un armadio, con su due mazzi di vecchi fiori finti, coperti da una campanella di vetro; e accanto all’armadio uno di quei piccoli specchi colla cornice dipinta a fiori, che si trovano da noi in tutte le locande di villaggio. Sulla tavola, una ventina di piatti pieni di grossi confetti bianchi, della forma di palle e di carrube; le posate e le stoviglie bellissime; molte bottiglie d’acqua; non una goccia di vino. Sedemmo e fummo subito serviti. Ventotto piatti senza contare i dolci! Ventotto enormi piatti, ognuno dei quali sarebbe bastato a sfamare venti persone: di tutte le forme, di tutti gli odori, di tutti i sapori; pezzi smisurati di montone allo spiedo, polli impomatati, selvaggina alla ceretta, pesci al cosmetico, fegatini alla stearina, torte all’unto di sego, legumi in salsa di sugna, ova in conserva di manteca, insalate trite peste impastate e combinate a musaico; dolci di cui ogni boccone basterebbe a purgare un uomo d’un delitto di sangue; e con tutte queste ghiottonerie, grandi bicchieri d’acqua fresca, nei quali spremevamo dei limoni che c’eravamo portati in tasca; e poi una tazza di tè giulebbato; e infine uno stuolo di servi che irruppe nella sala, e innondò d’acqua di rosa noi, la tavola e le pareti: tale fu la colezione di Sid-Mussa. Quando ci alzammo da tavola, venne un ufficiale ad annunciare all’Ambasciatore che Sid-Mussa stava dicendo le sue preghiere, e che appena finito, avrebbe con grandissimo piacere conferito con lui. Subito dopo comparve un vecchio tutto tremante, sorretto da due mori, il quale afferrò le mani all’Ambasciatore e gliele strinse furiosamente dicendo con grande concitazione:—Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto l’Ambasciatore del Re d’Italia! Benvenuto fra noi! Bel giorno per noi!—Era il gran sceriffo Bacali, uno dei più potenti personaggi della corte e dei più ricchi proprietari dell’Impero, confidente del Sultano, possessore d’un grande arém, malato da due anni di dispepsia; il quale rallegra, si dice, gli ozî del suo Signore con motti arguti e atteggiamenti comici; facoltà che non traspare affatto dal suo viso truce e dai suoi modi impetuosi. Dopo di lui comparirono i due figliuoli di Sid-Mussa; uno di cui ho dimenticato affatto la fisonomia, che disparve dopo i primi saluti; l’altro, un bellissimo giovane di venticinque anni, segretario intimo del Sultano: un viso di donna con due grand’occhi castagni d’una dolcezza indescrivibile; allegro, disinvolto, irrequieto, che stropicciava continuamente, con tutt’e due le mani, le falde del suo ampio caffettano aranciato. Usciti il Bacali e l’Ambasciatore, rimanemmo noi con alcuni ufficiali seduti sul pavimento, e il segretario del Sultano, seduto, in onor nostro, sopra una seggiola. Il simpatico giovane intavolò subito la conversazione per mezzo di Mohammed Ducali. Fissò gli occhi in viso all’Ussi e domandò sottovoce chi era. —È il signor Ussi,—rispose il Ducali,—gran maestro di pittura. —Dipinge colla macchina?—domandò il giovane. Voleva dire la macchina fotografica. —No signore;—rispose l’interprete—dipinge a mano. Parve che dicesse tra sè:—che peccato!—e rimase un momento sopra pensiero. Poi disse:—Domandavo.... perchè colla macchina si lavora più preciso. Il Comandante pregò il Ducali di domandargli in che punto di Fez si trovasse la fontana chiamata di Ghalù, dal nome d’un ladro che Edriss, il fondatore della città, fece inchiodare in un albero vicino. Il giovane segretario si mostrò altamente meravigliato che il Comandante sapesse questo particolare storico, e gli fece domandare in che maniera lo aveva saputo. —L’ho letto nella storia del Kaldun,—rispose il Comandante. —Nella storia del Kaldun!—esclamò il giovane.—Avete dunque letto la storia del Kaldun! Vuol dire dunque che sapete l’arabo! E dove avete trovato quest’istoria? Il Comandante rispose che quella storia si trovava in tutte le nostre città, ch’era un libro conosciutissimo in Europa, che l’avevan tradotto in inglese, in francese e in tedesco. —Ma davvero!—esclamò l’ingenuo giovane.—Voi tutti l’avete letta! E sapete queste cose! Io non me lo sarei mai immaginato! E non finiva di farne le meraviglie. A poco a poco la conversazione s’infervorò, ci presero parte anche gli ufficiali, e riuscimmo a sapere varie cose singolari. L’Ambasciatore inglese aveva regalato al Sultano due macchine telegrafiche, e fatto insegnare a parecchie persone della corte la maniera di servirsene; e già se ne servivano, non pubblicamente, perchè nella città, alla vista di quei fili misteriosi, sarebbe nato un sottosopra; ma nell’interno del palazzo imperiale; e non è a dire se il grande ritrovato avesse stupito tutti. Non però fino al punto che noi potremmo supporre, perchè da quello che ne avevano inteso dir prima, se n’erano fatto tutti, compreso il Sultano, un concetto assai più meraviglioso; credevano, cioè, che la trasmissione del pensiero non si facesse già per mezzo della trasmissione successiva delle lettere e delle parole; ma tutta d’un colpo, istantaneamente, in modo che bastasse un tocco per esprimere e trasmettere issofatto qualsivoglia discorso. Riconoscevano, ciò non ostante, che la macchina era ingegnosa e che poteva riuscir utile, particolarmente nei nostri paesi, dove essendoci molta gente e molto traffico, doveva esserci bisogno di far ogni cosa alla spiccia. Il che significava in altre parole: che cosa faremmo noi del telegrafo? E a che termini sarebbe ridotta la politica del nostro Governo, se alle domande dei

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