Rinaldo di Torquato Tasso pagina 24

Testo di pubblico dominio

avendo t¢cco il salso lido a pena; smontano i cavalier dov'è congiunto l'estremo mar con la minuta arena, e cavar fanno ancor dagli scudieri fuor di barca insellati i lor destrieri. 45 Non pria dal legno ognun fu dismontato che quel ratto lasciò la terra a tergo, e da l'incanto per lo mar guidato tornò veloce ne l'antiquo albergo. Veggiono intanto i cavalieri alzato d'un vago piano in sul fiorito tergo un padiglion che, qual palagio grande, superbo intorno si dilata e spande. 46 Verso l'altera e ricca tenda i passi la bella coppia immantinente torse: giunto u' per larga porta entro in lei vassi, gli occhi per tutto raggirando porse, e di lucenti alabastrini sassi un gran pilastro in mezzo alzato scorse, sovra del qual scolpita in treccia e 'n gonna si vedea vaga e giovinetta donna. 47 Quivi gran sacrificio allor si fêa com'era stil del popolo asiano, che sovente onorar, stolto! solea con vani sacrifici un idol vano. Tra le velate corna il bue cadea ferito, e fêan di sangue umido 'l piano le simplici agne e l'umil pecorelle, trafitte ne la gola e queste e quelle. 48 Da viva fiamma uscian chiari splendori, ond'era adorno e risplendente il loco; né men ch'accesi raggi, arabi odori spirava in fumo accolti il sacro foco. Salendo il fumo al ciel, con varii errori si meschiava ne l'aria a poco a poco. Ne l'imagin Rinaldo i lumi gira, e la conosce tosto e ne sospira. 49 Conosce gli occhi onde aventogli Amore il primo stral ch'ancor gli punge il petto, ed onde mosse insieme il dolce ardore ch'ognor l'infiamma d'amoroso affetto; conosce i crin, co' qual gli avinse il core sì ch'anco egli è tra sì bei nodi stretto, la chiara fronte e l'aria del bel viso, la bocca e 'l dolce lampeggiar del riso. 50 Mentre fiso contempla il gran campione l'amato oggetto d'ogni suo pensiero, un cavalier di quei del padiglione, c'ha grandissimo corpo, aspetto altero, atti superbi e sguardo di leone, e inquieto sembra, audace e fiero, volta a Rinaldo l'orgogliosa faccia, con tai detti lo sgrida e lo minaccia: 51 — Villan guerrier, perché d'arcion non scendi, e non adori la divina imago? Come a la mia presenza audacia prendi di rimirar così l'aspetto vago? Or su, poiché 'l tu' error chiaro comprendi, se pur non sei de la tua morte vago; scendi, e scenda anco il tuo compagno teco, e fate sacrificio insieme or meco. 52 Vo' che confessi ancor che tra' mortali d'amar cosa sì degna io solo merto, e ch'alcun altro per bellezze tali degno non è d'aver pene sofferto. — — Chi sei tu, disse allor Rinaldo, e quali sono i tuoi merti? Or di ciò fammi certo, ch'in quanto al primo teco io già m'accordo, ma nel secondo sin ad or discordo. — 53 — Se no 'l sai son Francardo, e son signore d'Armenia, e basti ciò — colui riprese. Al gran figlio d'Amone intorno 'l core fervendo il sangue allor tosto s'accese; indi al volto poi corse e d'un colore di viva fiamma rossegiante il rese, sì che fe' del pagano a la preposta altera e convenevole risposta: 54 — Io dirò ben che sei più d'altro indegno di locar in tal luoco i pensier tuoi; e te 'l dimostrarà con chiaro segno questa mia spada or or, s'or or tu vuoi. — Non così rode tarlo arido legno, come quel rose l'ira a' detti suoi; onde imbracciato il manto in lui si scaglia, e sol col brando corre a la battaglia. 55 Ride Rinaldo pien di sdegno e dice: — Va', t'arma pur; né ti pigliar tal fretta. — E quelli a lui: — Questa mia spada ultrice basterà sola a far la mia vendetta. — — Ahi!, risponde Rinaldo, ei si disdice così pugnar ad uom ch'onor n'aspetta. — L'altro più non attende e 'l ferro tira, ma Baiardo da parte ei ratto gira. 56 Indi dice: — Guerrier, teco giamai non pugnarò se tu primier non t'armi. Cavaliero sono io, né tu potrai con la tua villania villano farmi. — Il Saracino a lui: — Tu falli assai, se tu credi in tal modo unqua placarmi. — E 'n questo tanto colpi orrendi mena, sì che Rinaldo se 'n difende a pena. 57 Non può Florindo allor ciò più soffrire, ma di giusto disdegno arma il coraggio, e gli dice: — Pagan privo d'ardire, che vantagio cerchi or nel disvantaggio? Volgi, volgiti a me, s'hai pur desire di dar del tuo valor sì chiaro saggio: ché tu non merti ch'il tuo corpo cada per la costui sì degna invita spada. — 58 Qual orso che colui che l'ha percosso di sbranar con gli unghion rabbioso tenta, s'altri in questa lo fiede, ei tosto addosso, il primiero lasciando, a lui s'aventa; tale il pagan verso Florindo mosso, la destra ch'era a l'altrui danno intenta, contra lui drizza e 'l crudo ferro inchina, che con novo furor in giù ruina. 59 Florindo al brando ostil lo scudo oppone, e quel ne taglia poi quanto ne prende; giunge al braccio e l'impiaga, ed a l'arcione quinci ogni arme rompendo orribil scende. A quel colpir sì grave il fier barone d'ira il cor, di rossore il volto accende; su le staffe s'inalza e 'l ferro stringe, e con un gran fendente il cala e spinge. 60 Parte del colpo su la spada tolse il re pagan: non però vano il rese, ché quel per dritto a meza tempia il colse, e di piaga mortal quivi l'offese. Gocciando il sangue in rosso smalto volse il verde, ed ei tremando al pian si stese, con quel romor che suol ben grave sasso che d'un monte si spicchi e caggia al basso. 61 Color che da la tenda erano intenti a rimirar la perigliosa guerra, ad armarsi non fur pigri né lenti, giacer vedendo esangue il re per terra. Altri lancie, altri spade, altri pungenti spiedi con ratta man sùbito afferra; altri l'arme si veste a sua difesa per far sicuro a l'inimico offesa. 62 Tutti precorre il forte re Chiarello, ch'era con gli altri allor nel padiglione; fu cugin di Francardo e fu fratello del superbo Mambrin questo campione. Conducea seco a par d'irsuto vello, coperto e fiero in vista, un gran leone, sanguigno i denti e i crudi unghion rapaci, cui lucon gli occhi com'ardenti faci. 63 Egli avea già la generosa fera vinta con l'arme a dubbia pugna atroce, e con lusinghe la natura altera poi di lei d¢ma e l'animo feroce; ond'ella sempre fida al fianco gli era, e l'obbediva a cenni ed a la voce. Perciò dagli stranier, perciò da' suoi il guerrier dal leon fu detto poi. 64 Rinaldo ver' costui sprona Baiardo, pria ch'ei con gli altri il buon Florindo assaglia. Da l'altra parte il Saracin gagliardo con un ferreo baston viene a battaglia. Non è 'l leon ad aiutarlo tardo ma sovra il paladin ratto si scaglia, e muove contra lui l'acute branche; poi co' denti il destrier prende ne l'anche. 65 D'un riverso Rinaldo al leon tira, e 'n cima de la fronte il fiere e punge; poi contra il fier Chiarello il brando gira, e d'un fendente sovra l'elmo il giunge: raddoppia il colpo con più sdegno ed ira, e lo scudo per mezo apre e disgiunge; passa oltra il ferro e 'l braccio ancor colpisce, e se ben non l'impiaga, ei lo stordisce. 66 Si rinfranca Chiarello, e poscia offende con due percosse al paladin la faccia; e le branche il leon di novo stende, e di piagarlo con l'unghion procaccia. Rinaldo a costor noce e sé difende, e quando fiere l'un l'altro minaccia; presto ha l'occhio e la man, presto il destriero, securissimo il cor, saldo il pensiero. 67 Sempre che cala il colpo il fier pagano, egli a schivarlo è già parato e 'ntento; Baiardo quel leon si tien lontano con calcitrar continuo e violento; e, pronto a lo speron, pronto a la mano, salta di qua di là qual fiamma o vento, tal che de' colpi suoi la maggior parte commette a l'aura il saracino Marte. 68 Ma s'avien mai che l'inimico coglia, spezza ogni acciar, la carne e l'ossa pesta. Rinaldo lui ferir puote a sua voglia, e l'have già piagato in petto e 'n testa; tuttavia d'arme e di vigor lo spoglia, e con nove percosse ognor l'infesta, onde quel morto al fin cadde per terra, qual torre cui di Giove il telo

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Argomenti: chiaro segno,    sangue umido,    giusto disdegno,    salso lido,    dolce ardore

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