Rinaldo di Torquato Tasso pagina 23

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conforte la madre forse con pietosi detti, riceve in questa il dardo in bocca, e pare fermarsi a mezzo, tronco il suo parlare. 20 Ad un'altra che stende il braccio dritto, quasi dar voglia a la sorella aita, si vede quello e 'l petto ancor trafitto d'un dardo sol con doppia aspra ferita. Col ferro entro in un fianco ascoso e fitto giace la terza languida e smarrita, cui da strale è confissa una in quel modo che legno a legno suol da saldo chiodo. 21 Mostra la quinta aver timore immenso, la man tendendo in mesto atto e dimesso; col piede alzato e 'l corpo in aria estenso, l'altra sorella il suo fuggire espresso. Si scorge in Niobe duol grave ed intenso, mentre nasconde col suo corpo stesso l'ultima figlia, che tremante sembra coprir le sue con le materne membra. 22 Se 'n vanno al lido i due guerrieri insieme, e rendon quivi il fatal legno carco. Quel, come sente il pondo il qual lo preme, si move quasi stral ch'esca da l'arco. Frangesi l'onda e mormorando freme tutta spumante sotto 'l curvo incarco; intanto fugge e si dilegua il lito, sì che dagli occhi omai tutt'è sparito. 23 Già tutto mare e cielo è d'ogni canto, ché quanto cala il suol, tanto il mar poggia. Tien dritto il suo camin la barca intanto, senza alternar la vela ad orza o poggia; se 'n va per l'alto mar, mossa da incanto, con ratto corso e non usata foggia, passando d'uno in altro equoreo seno, tal ch'uscita ella è già dal mar Tireno. 24 Volgeasi omai, di mille fregi adorno, tacito e muto il cielo, e, tolto il sole, col tôrci il volto suo, n'aveva il giorno, quando sentiro un suon qual di parole, qual d'uom a cui vien fatto oltraggio e scorno, che di ciò con le strida alto si duole. La barca verso 'l suon ratta si drizza, sì che più ratto mai delfin non guizza. 25 Vider, come fur presso i due guerrieri, due legni in un congiunti ed abbordati, e d'uno in altro poi da masnadieri varii arnesi esser messi e trasportati; e insieme ancora donne e cavalieri, ma sciolte quelle van, questi legati. I vincitori lor sembianza accusa per corsari e per gente al mal sempre usa. 26 Tra lor si scaglia, dal garzon seguito, Rinaldo, e sgrida e gli minaccia forte. Un che più sembra di lor tutti ardito e duce de la barbara coorte, disse: — Avete mai più, compagni, udito ch'uom vada a ricercar la propria morte? Or vedetelo in questi, i quai non sanno come altramente procacciarsi danno. — 27 Indi, volto a Rinaldo: — Or su, meschino, tratti quest'arme e datti a me prigione: così fuggirai forse il tuo destino, ch'è 'l mio volere, e fia ch'io ti perdone. — Per parole parole al Saracino già non rendette il gran figliol d'Amone, ma nel petto, dov'ha l'anima albergo, cacciògli il ferro e fello uscir da tergo. 28 Come s'aventan susurrando al viso l'irate pecchie insieme unitamente al villanel ch'aggia il re loro ucciso, per vendicarlo di morir contente: così contra Rinaldo a l'improviso muove gridando la villana gente; e se fu tarda a la colui difesa, tarda non è per far a questo offesa. 29 Miseri! dove gite, a tôr la pena forse che merta il vostro oprar sì torto? Quest'impeto a morir tutti vi mena e non a vendicar il duce morto. Rinaldo quanta ha forza e quanta ha lena, quanto ha valor qui dimostra scorto, e fa l'istesso il suo Florindo ancora, vago ei non men che sì ria gente mora. 30 Man, gambe, busti e sanguinose teste già si veggion per l'aria andar balzando; s'addoppian sempre le percosse infeste, lampeggia e tuona l'uno e l'altro brando. Elmo o scudo non è che quelli arreste, qual volta ratti in giù vengon calando; né solo arma non è ch'a lor resista, ma non gli può soffrire ancor la vista. 31 Il gran figliol d'Amone otto n'occise con l'otto prime orribili percosse; poi con la nona ad un l'elmo divise, e le chiome gli fe' sanguigne e rosse. Quel, ritirato, al crin la man si mise per veder s'ampia la ferita fosse; ma mentre ei tocca la primiera piaga, novo colpo maggior la man gli impiaga. 32 Florindo il sovragiunge, e d'un riverso l'alzata mano a lui troncando taglia; quel furioso e ne la rabbia immerso allor contra 'l baron ratto si scaglia: tira gran colpi a dritto ed a traverso, e tutto si discopre e si sbaraglia. Cauto il guerrier di punta il ferro vibra, gli aggiunge al cor, né lascia sangue in fibra. 33 Uccise poi Lico, Euribante e Orgolto: divise il primo da la spalla al fianco, al secondo partì per mezzo 'l volto, recise al terzo il drito braccio e 'l manco. Avrebbe Alferno ancor di vita tolto, ma gliel vietar Folerico e Lanfranco, che, dar volendo al lor compagno aita, con la morte comun gli porser vita. 34 Sembrano i due campion strali ch'al basso irato aventi fulminando Giove: a quel alto furore, a quel fracasso, a quelle rare e non più viste prove, già quasi ogni pagan di vita è casso, né più l'armi dannose indarno move; e chi fruisce ancor l'aura vitale si crede al mar com'a men grave male. 35 Già di tutto il villan barbaro stuolo solo un vivo ne' legni era rimaso, e verso lui se 'n gia Rinaldo a volo, per mandar la sua vita anco a l'occaso; ma lo sottrasse a quell'estremo duolo improviso consiglio, anzi pur caso, ch'impetrò breve spazio a la sua morte con atti umili e con parole accorte. 36 Dopoi dice: — Signor, vostro destino col morir nostro quel di voi procura, e v'induce a far onta al gran Mambrino, al più fort'uom che fêsse mai Natura, al maggior re del popol saracino, c'ha di noi qual di servi amica cura, e vorrà farne in tutto aspra vendetta, qual a l'offesa, al suo valor s'aspetta. 37 Noi suoi ministri aveamo a forza prese, per condurle a lui poi, queste donzelle, ch'ei manda a corseggiare ogni paese sol per averne di leggiadre e belle; or come avrà de le mortali offese che tutti estinti c'ha, vere novelle, non vedrà suo desir contento e sazio sin che di noi non aggia fatto strazio. 38 E' ben saprà la nostra avversa sorte, bench'uccida or qui me la vostra mano; saprà non men chi n'abbia posto a morte, sia di Cristo seguace o sia pagano, perch'un gran mago che gli alberga in corte il tutto gli farà palese e piano. Ma se da voi lasciato in vita io sono, spero impetrarvi a tanto error perdono. — 39 Qui gli tronca Rinaldo il suo parlare, e gli dice: — La vita or ti dono io, perché tu possa al tuo signor narrare degli altri suoi ministri il caso rio; e s'ei di lor vorrà vendetta fare, e di combatter nosco avrà desio, digli che siam guerrier del magno Carlo, ch'in ciò pronti saremo ad appagarlo. 40 Questi Florindo, io son Rinaldo detto di Chiaramonte, e son figliol d'Amone, che lui non temo, e ne vedrà l'effetto quando venirà meco al paragone. E chi temer deve uom da cui negletto sia, qual da lui, l'onesto e la ragione? Or su, prendi il tuo legno e quinci parti, poi c'ha voluto a morte il ciel sottrarti. — 41 Si volge poi con più serena faccia dove le dame e i cavalier si stanno, e dal lor petto ancor dubbioso scaccia con cortesi parole il grave affanno. Indi le man con le sue man dislaccia a coloro ch'a tergo avinte l'hanno; e fa l'istesso il buon Florindo ancora, sì ch'ogni nodo è sciolto in poco d'ora. 42 Intesero ambo poi come si chiame di quelli ogni guerriero, ogni donzella; e che colei che fra tutt'altre dame riportava la palma in esser bella, possedeva d'Arabia il gran reame, figlia di Pandion, detta Auristella; e ciascun d'essi a la comun preghiera diede non men di sé notizia intiera. 43 Dopo lungo parlar i due baroni tornar di nuovo a l'incantata barca, e ricusar de la regina i doni ch'ella dar lor volea con man non parca. Il legno com'al fianco aggia gli sproni, ratto si move e 'l mar solcando varca; e fatto gran camin volge a la terra il corso, e con la proda il lito afferra. 44 Come cadente peso al centro giunto tosto si ferma ed ivi il moto affrena, così più non si mosse il legno punto,

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