Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro pagina 47

Testo di pubblico dominio

in diversa misura, secondo il grado, la bellezza e la giovinezza della compagna, di dare il braccio a una dama; e altri signori si compiacevano di piantarsi ai passaggi fra sala e sala, indagando dall'alto le spalle e i palpiti di quelle che talvolta erano costrette a sostarvi. "Il nostro Olimpo" disse con voce nasale un vecchio signore elegante a Gonnelli, passate che furono quattro o cinque dame, una delle quali, l'ultima, era molto scollata. Bessanesi, che stava dietro Gonnelli, brontolò: "Quello mi pare l'Ossa". La voce nasale: "Perdoni, dice?". "Oh, niente." Le signore tutte, tranne qualcuna poco soddisfatta della propria toilette, si compiacevano pure della riunione, ma si mostravano ancora, nella gravità e nella solennità del contegno, molto comprese dei loro strascichi, delle loro gemme, dell'avvenimento cui partecipavano. Invece le signorine erano raggianti, perchè il "fiolo de la balia" aveva raccontato a qualcuna che nella sala della conferenza si era stesa una tela e portato un piano; e perchè fra i possibili ballerini vi erano alcuni giovani ufficiali di cavalleria non mai venuti, prima di quella sera, in società. Un gruppo di esse, nella sala dell'Ariosto, commentava queste notizie. Un signore maturo che passava di lì, allargate le braccia a cingere confidenzialmente due sottili vite che trasalirono, ficcò il naso nel gruppo: "Ohe digo, sèmoi bone putele? Sèmoi de religion? Quanti Ave marìo gavemoi dito ancò?". E scappò ridendo, con una ventagliata della più anziana sul viso. Le signorine ripigliarono a parlare degli ufficiali ponendo in comune la loro scienza, indicandoli per nome, cognome, titoli, quattrini, età, spirito, abitudini e peso. Il primato del peso era stato tenuto per un pezzo dal capitano X con novantatrè chili, ma ora c'era il tenente Y che ne pesava novantacinque. Peccato, il tenente non aveva altro difetto che questo eccesso. Jeanne aveva raccolto la Gonnellina in un angolo della terrazza di levante dove stava con la signorina Bertha e con Destemps, l'aveva portata alle pupille della Raselli perchè la pigliassero nella loro compagnia; ma Eleonora, venutaci contro voglia, non fu briosa nè troppo amabile, cosicchè le fu presto conferito graziosamente il titolo di "palo numero uno". Jeanne, del resto, recitava la propria parte da eccellente attrice, concedendosi poco a chi l'avrebbe desiderata molto, scusandosi con le amiche, distribuendosi largamente agli invitati più modesti e meno conosciuti da lei, componendo acconce conversazioni al professore Dane e a donna Laura, lasciando che Bice, Destemps, Bertha, Bessanesi e Gonnelli se la sbrigassero come volevano e potevano. S'era dovuto modificare il programma della serata. Non si cominciava più con la conferenza, si cominciava con la musica, per causa del maestro Bragozzo, il quale, fiutato in aria l'odor di ballo, aveva dichiarato netto a Carlino di non voler far udire il promesso atto della sua opera inedita dopo la conferenza, quando tutti sarebbero stati impazienti di ballare. E per la musica non c'era da uscire dalla villa perchè il maestro preferiva quella piccola sala alla grande sala della Foresteria: pochi uditori ma scelti! "Cosa vuole?" diss'egli alla contessa malignetta. "Qui saremo, si figuri, cento persone. Di cinquanta uomini che mi applaudiranno, ve ne saranno venti capaci di dirmi quando saremo fuori: «La diga, maestro; bela quela roba, ma longheta». Altri venti, e questi saranno i miei amici, mi diranno: «Fiol de na pipa, la finivistu gnanca più!». Altri cinque mi domanderanno se ho suonato Wagner o se ho suonato la Traviata; per loro è presso a poco la stessa cosa. Gli ultimi cinque ho piacere che vengano a udirmi. Quanto alle signore, mettiamo da parte Lei, la De Altis, forse anche la padrona di casa, non lo so, e tre o quattro delle quattordici o quindici allieve che ho qui, mettiamo dieci in tutto. È molto! Per le altre quaranta, quand'anche sapessi far cantare e piangere il piano, avrei la consolazione di vedere quaranta ventagli andare e venire regolarmente, come quaranta metronomi, dal principio alla fine. Qualche signorina, poi, sarebbe capacissima di venirmi a dire, come mi è toccato ancora dopo aver suonato Beethoven, o Schumann, o Mendelssohn: «Bravo maestro: ma ora ci suoni qualche cosa di bello»." "È così dappertutto, sa" gli rispose la contessa, ridendo. Mentr'egli suonava e, contro il suo desiderio, la piccola sala era stipata e due grosse code di pubblico vi restavano prese negli usci aperti, il cavalier faceto raccontava in un angolo della terrazza di levante, a un piccolo gruppo di uditori e di uditrici, le scene di casa Scremin promesse alla contessa De Altis, la quale aveva preferito la musica. Egli le sapeva dalla propria cameriera, una sorella della quale aveva sposato il figlio di Federico di casa Scremin. Dunque, scena prima. Personaggi: il marchese Torototèla, come il cavaliere chiamava Zaneto per certe sue antiche colascionate poetiche, la marchesa Nene, don Giuseppe Flores e un topo. Arriva don Giuseppe in carrozza, dalla sua villa, domanda del marchese, è introdotto e Federico riceve l'ordine di non lasciar passare nessuno. La marchesa suona il campanello. Chi è venuto? Don Giuseppe Flores. Dov'è? Nello studio, col padrone. Passano cinque minuti. La marchesa esce dalla sua camera e "roa" ossia gira inquieta per la casa. Va finalmente a capitare scura e ansiosa in viso presso uno dei due usci dello studio del marchese. Cosa succede mai? Federico si trova per caso presso l'altro uscio. Ode don Giuseppe che parla; non si capisce niente. Torototèla "fifòta" ossia piagnucola. Federico, per caso, accosta l'occhio al buco della chiave e vede la padrona entrare tutta blanda e sorridente. Proprio in quel momento il padrone si alza spiritato, tira una scampanellata fissando qualche cosa in un angolo dello studio. Federico fa un giro, entra dall'altro uscio, dietro la padrona. "Comandi?" "Un sorze!" La padrona che solo teme Iddio e i topi, volta silenziosamente le spalle e via. "Un sorze, signor?" esclama Federico. "Ma sì, un sorze, un sorze!" Il marchese, tutto tremante, si fa una barricata della sedia. "La scusi, don Giuseppe! La scusi, don Giuseppe!" Don Giuseppe al vedere quella baraonda per un topo, resta di stucco. Federico non riesce a veder topi. Il marchese non si rassicura, vuole continuare le ricerche: "La scusi, don Giuseppe! La scusi, don Giuseppe! Mi rincresce!". E tanto dice e tanto ripete "mi rincresce, mi rincresce" che il povero don Giuseppe, mogio mogio, se ne va. Trova la marchesa nell'anticamera, discorrono. A questa placida svolta del racconto si udirono gli eroi del maestro Bragozzo delirare di passione con lo strepito più indiavolato, e un signore grosso uscì sulla terrazza, si accostò al gruppo. "Mi son sordo" disse egli. Poi raccontò ch'era arrivato Zaneto Scremin con un frac del quarantotto e una cravatta bianca che pareva una salvietta. La venuta di Zaneto aguzzò l'appetito curioso degli uditori e il racconto fu ripreso. Cosa si fossero detto la marchesa e don Giuseppe non si sapeva. Certo la marchesa, nel congedar il prete, aveva sospirato: "Ga d'esser anca i sorzi!", quasi quasi compassionando Domeneddio per questa debolezza di aver inventato i topi. Quanto poi al fondo della cosa... "Mi so tuto!" interruppe il signore ch'era diventato sordo. Era infatti abbastanza bene informato. A Zaneto, per esser fatto senatore, occorreva regolare i propri affari, unificare i debiti con un grosso mutuo per ridurne l'interesse e per non avere intorno tante lingue inquiete, tanti occhi attenti di creditori. Un'operazione col Credito fondiario della Cassa di risparmio di Milano non si era potuta concludere, per difetto di cauzione. L'avvocato di Zaneto aveva proposto a Carlo Dessalle un mutuo di settecentomila lire al quattro per cento. Dessalle per il momento non aveva fondi e a ogni modo voleva il quattro e mezzo. Saputo ciò, la marchesa, piuttosto di vedere suo marito

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