La vita comincia domani di Guido da Verona pagina 32

Testo di pubblico dominio

nome: «l'amore» — un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo cuore, s'eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d'un tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara felicità. L'amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed infinita che il credente riassume in Dio. L'amava! era immischiata ne' suoi sensi come il profumo nella musica della primavera... l'amava come si ama un assurdo, come si professa una follìa. Allora subitamente si sovvenne de' suoi dolci capelli, della sua tepida bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan l'odore d'una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la memoria delle sue carezze, con l'oblìo di chi s'addormenta sotto una pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita, conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei. D'un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza: — «È mia!» Comincerebbe da quell'ora tragica un patto indistruttibile fra loro. Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell'ambigua vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle. Era stato verso di lei così nemico in quell'ultimo giorno, ch'ella certo non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle trascorse notti, quando l'infermo s'addormentava, o talvolta nelle ore vicine all'alba. — «La chiamerò.» E si mosse. Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch'era necessario dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l'aperse, intese il rumore del suo corpo, che al lieve cigolìo dell'uscio si volgeva nelle coltri. — Dormi?... — egli domandò soffocatamente. — Sei tu, Andrea?... Dormivo appena. — Lévati. Ella riconobbe nella sua voce un non so che d'insolito. — Che fai su l'uscio? Entra. Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre la soglia. Sollevata sui cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio. — Cos'è accaduto? Andrea rispose: — Nulla. — Sta male? — Chi? — Ma... Giorgio... Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora: — Lévati. Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi bianchissimi le pianelle sul tappeto. — La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, — lo pregò, per non mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: — Là, sull'attaccapanni. Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla, ebbe voglia di avvolgerla, così com'era, in un bacio iroso. Non lo fece. Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava: — Che hai? Che c'è? — Vieni, — egli disse volgendosi; — vieni. Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera, ove si chiusero. Là v'era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L'afferrò per le braccia, impaurita: — Che hai? Che hai? Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e tacque. Fino allora egli non s'era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola «morte», nel passare come un'eco dentro il proprio silenzio interiore, o nel doverla comunicare con la bocca, in forma d'annunzio irreparabile, ad un orecchio che l'ascolti! «Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell'alfabeto, che hanno il più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla distingue dalle altre quando la si pronunzia come un'immagine, ma che diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del cadavere, quando si abbatte come un'ala senza volo su la materia che giace... Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d'un grande stormo di corvi che invadessero l'aria buia. Sentiva nel medesimo tempo l'orrore della tragedia e il turbamento della sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte. Ancor prima di parlarle, capì che da quell'annunzio ella si sentirebbe scaturire nell'anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso dell'orrendo segreto? Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola biancheggiava intorno alla seta; quell'odore del lino tenuissimo ed il vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano stringere la bella creatura in un cerchio d'impurità. Era troppo soave, troppo feminea, per ascoltare la morte. Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua manica gli toccarono la fronte. — Che hai? — gli domandava l'amante, carezzandolo. — Parla; mi fai paura. Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro d'impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire, d'infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l'amava, l'amava, era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore avevano le sue guance, come d'un rosato avorio, d'una madreperla venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne' suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!... — «Ora, — egli pensava, — è mia.» L'uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in questo pensiero s'innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore, una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel'avesse contesa, la strinse nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente, lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per appalesare su lei questo pensiero: «È mia!» Ell'amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza, carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con gioia le mani dell'amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso bacio. Che piccola cosa era per lei, in quell'attimo, tutto il resto del mondo! Com'era sua fino all'ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza dubbio, sua con felicità! — Mi ami?... — bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che l'amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone, costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti lucentissimi. L'attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli

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Argomenti: medesimo tempo,    pioggia insensibile,    patto indistruttibile,    troppo attesa,    vasto senso

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