La vita comincia domani di Guido da Verona pagina 14

Testo di pubblico dominio

nella camicia da notte come una cosa molle... Mi dice: — Hai chiamato, Marcuccio? — Sono qui. — S'avvicina, mi tocca; io soffoco. Butto via la coltre, le dico: — Entra nel letto. — Non vuole, ma ride. Ride e si china... Sento che ha un odore forte, come una donna nuda. — Guarda, — mi dice: — sono bella? — Sì, Berta, sei bella. — Poi, se la voglio, fugge. E si dondola nella camicia da notte come una cosa molle... Si mise a ridere sguaiatamente: — Vedi? anche ora fugge. — Marcuccio, — lo implorò il padre, — vieni con me; discorreremo noi due soli. E cercò di trascinarlo via per un braccio. Ma egli resisteva, caparbio. — Padre, tu forse non comprendi che sono innamorato. Allora Maria Dora scoppiò a ridere, esclamando: — Uh! uh... Marcuccio innamorato! — Perchè ridi, sorellastra? — Certo che rido, — ella rispose. — Perchè tu puoi sposare una ragazza bella e pulita, mentre la Berta puzza di cazzeruole... È unta! — Sorellastra, ti dico: tutto puzza e tutto non puzza, secondo che un odore piace o non piace. Siccome sei maligna, alle mie nozze tu non verrai. La Berta sarà vestita di bianco, io di nero, e tutti gli invitati porteranno un cero come nelle processioni. Farò suonare le campane, a stormo. Sorellastra, se mi regalerai un anello d'oro, con cinque brillanti, allora ti perdonerò. Andrea sopravvenne in quel momento e si fermò all'udire que' discorsi. Ma súbito interruppe lo scemo con una voce piena di potere: — Marcuccio, che stramberie vai dicendo? — E voi, Andrea, — seguitava lo scemo senza dargli retta, — voi, Andrea, nel giorno delle mie nozze, direte a tutti: — Quest'uomo che si sposa è Marcuccio Landi, poeta, filosofo e musicista. Mettetevi a ginocchi e riveritelo: egli è grande! — Io dirò a tutti, — esclamò Andrea: — Quest'uomo che si sposa non è affatto grande, perchè invece di dedicarsi al suo lavoro perde il tempo dietro le sottane. Così non avrà nessuna gloria. Egli diceva queste parole fermamente, come le avrebbe rivolte ad un uomo sano d'intelletto, ed affrontava lo scemo con tutta la violenza del suo sguardo insostenibile. Una bianca ed umile paura si dipinse tosto nel viso di costui ed il suo sguardo si fece errante sotto la dominazione di quell'occhio più forte. — Non direte questo... — balbettò, con una specie di terrore. — Lo dirò certamente, se non abbandoni questo pensiero assurdo. — Maestro... — fece smarritamente lo scemo, — maestro... e in tal caso, l'amore? — L'amore? — esclamò Andrea nervosamente, con una rapidità quasi iraconda. — L'amore non è che un perditempo! Cerca di saper farne a meno, anzi di persuaderti che l'amore non c'è! Lo scemo dovette meditare su queste parole; poi gli parve d'aver compreso. — E voi, — domandò lentamente, — voi non amate? Quasi urtato in pieno petto dalla domanda inattesa, che aveva, o gli parve, un non so che di proditorio, Andrea Ferento ebbe un sussulto impercettibile, rovesciò la fronte all'indietro con quell'atto imperioso ch'era in lui abituale quando voleva resistere o comandare. — Io, — disse con asprezza, come se la domanda non gli venisse dallo scemo e non a lui dovesse rispondere, — io non ho amato che una sola cosa nel mondo: la mia opera; e ciò basta. Poi traversò quasi con impeto la stanza, e preso lo scemo per un polso, fortemente lo accompagnò verso l'uscio. Da lui Marcuccio si lasciava condurre con una docilità quasi pecorile, senza osare mai di contraddirlo, perchè nel suo sperso intelletto non dominava che una sola fissazione: quella di potergli assomigliare. Aveva con ardenti sogni amato la gloria nella sua giovinezza dedita alle fatiche più nobili dell'ingegno, e questa gloria ch'era stata la sua lontana amante, il suo fantastico sole, continuava ora a perseguitarlo con tentazioni assurde, a riaccendere di eroiche imprese la sua demenza mansueta. Papà Stefano si era seduto sopra una seggiola, e raccoltasi la fronte nella mano, meditava dolorosamente su la pietà che gl'ispirava il suo figlio. Ogni tanto scoteva il capo e si ricacciava la commozione in gola, mordendo la pipa spenta, che lo impolverava di cenere. Di sventure, nella sua lunga vita, ne aveva sopportate assai, con quel coraggio paziente che l'anima dei semplici sa radunare contro la sciagura; ma questa, che gli aveva distrutto nel fiore dell'età il suo figlio adolescente, questa non la poteva tollerare per quanta rassegnazione avesse nel suo cuor di cristiano. Finchè Marcuccio se ne stava zitto, faceva la calza, scriveva o camminava per la casa come un automa, traendo dal suo violino, sempre, sempre, quella medesima canzone, ch'era divenuta per tutti quasi un incubo superstizioso, il padre non malediva la sorte, si contentava di guardarlo con occhi tristi e scuotere silenziosamente il capo. Ma quando l'udiva imbastire insieme, con una voce monocorde, que' suoi lunghi discorsi incoerenti, che tradivano il cervello senza governo, e poi finivan per lo più in una risata stridula, che faceva male come un colpo di frusta, il padre talvolta non sapeva più contenere la piena del suo dolore taciturno. Dopo una lunga pausa, il vecchio disse alla figlia: — Maria Dora, va piano piano a vedere cosa fa. La fanciulla si levò in silenzio dalla poltrona dov'era seduta a ricamare, e camminando con lievi passi uscì per andarlo a spiare. Poco dopo fu di ritorno, con la medesima cautela, e rispose, facendone l'atto: — Scrive. Poi, senza guardare Andrea, sedette di nuovo nella poltrona, presso l'infermo, ed abbassò il capo sul ricamo che aveva incominciato. Ora non parlavano più; tutti e quattro, in quel silenzio parvero stare in ascolto, forse d'una lor intima voce che ad ognuno lasciasse cadere, come pietre sul cuore, un peso di sillabe lente. Ascoltavano, ed ognuno, tacendo, in quella sera piena d'ambiguità, ricamava sul proprio telaio una trama invisibile di pensieri. Per l'uscio aperto si udiva giungere quel rumore familiare che fanno le stoviglie, le argenterie, quando s'apparecchia la tavola. E il giorno, fuori, diminuiva. Il sole, come un largo tappeto, si ritraeva dalla terra umida, strisciava sul fogliame degli alberi, sui tetti più alti, sui vertici delle colline. Veramente a guisa di un tappeto che il crepuscolo andasse arrotolando, sollevava nell'atmosfera limpida qualche soffio di polvere voluminosa, che lentamente scendeva, cadeva, prima impalpabile, poi folta, sopra i contorni delle cose. Gli alberi si vestivan di buio, come se il vento li avvolgesse d'un torbido fumo. Non era puranco l'ora delle campane: un grande silenzio veniva dalla terra circostante, un silenzio quasi religioso, che affaticava la loro sensibilità. V Quando furono in fondo al giardino, ella si strinse a lui con tutta la persona e gli cercò la bocca. — Bada... — egli disse impaurito; — non qui! La sera già folta li nascondeva; ma erano più che mai timorosi, più che mai sperduti d'amore e di terrore, mentre il destino si compiva in ogni attimo, con una irremediabile celerità. Egli si tese in ascolto, poi l'attrasse dietro un alto cespuglio che faceva quasi una nicchia, dove nessuno li avrebbe scorti. Che buon odore di menta selvatica veniva dall'umida erba in quella sera scintillante! La terra satura esalava il suo respiro profumato, quasichè, nella propizia ombra, godesse la carezza d'un amante e quel soverchio profumo fosse l'effluvio della sua nascosta voluttà. Là dietro, per l'intrico dei rami, si vedeva la casa biancheggiare con tutte le finestre chiuse, tranne una, che splendeva, ma d'un lume vacillante, quasi già vi ardesse il chiarore d'una lampada funeraria e l'anima dell'abitatore addormentato stesse di là per evadere nella notte grande. Non osavan guardare lassù, a quella sola finestra rischiarata, poichè, dietro la trasparenza dei vetri, vedevano la vasta camera taciturna, greve di morbo, densa di ombre fluttuanti, la camera ond'eran usciti

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Argomenti: grande silenzio,    pieno petto,    uomo sano,    umile paura,    coraggio paziente

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