La vita comincia domani di Guido da Verona pagina 78

Testo di pubblico dominio

Non ho che acqua.» Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantatore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come nell'aria brillando lancia i suoi vertici una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere, o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini. Egli si andò a sedere su l'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo i gomiti su le due ginocchia, le mani allacciate, la fronte china. Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata. Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore. Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi, cadere in frantumi sotto il lucente albero, come una porcellana spezzata. Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli e sottovoce disse: — «Che ora è? Tardi?» Egli guardò l'orologio distrattamente: — «Le tre passate.» Cominciava un dondolio sonnolento per le cime degli alberi; i prati lontani mutavano colore. — «Che faremo?...» — ella domandò con un tremore fin nell'anima. — «Non so.» Stava ritta contro le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle. Egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle nuda, sentiva il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore stesso di lei. — «Tu l'amavi!» — egli esclamò d'un tratto con iracondia, senza levare il capo. — «No... taci...» E come per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo baciò... ... poi lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti, quasi una colonna di fumo che soffiasse, non da un incendio, ma da un gelido remoto mare. Veniva per la finestra, con l'odor fluviale dei narcisi, con l'abbrividire delle foglie che si destavano, un'ondata d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un vortice... Una chiarità nasceva nell'oriente concavo; i prati lontani mutavano colore. Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la fasciò fino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava: — «Dormi?...» . . . . . . . Fu la notte più lunga e più calamitosa che vissero mai nella vita. Li divideva solamente una parete, una fragile parete, attraverso la quale si vedevano, si udivano, — ed una porta non difficile ad aprirsi, che ogni tratto pareva si spalancasse da sè. Non s'erano mai amati con tanto brivido nè con un senso più inesorabile della loro complicità. Ora si accorgevano che il delitto era veramente l'essenza della loro passione, comprendevan che il senso della morte aveva sempre alimentato come un'esca la lor tragica fiamma. Perchè non gli avevano data la medesima stanza dell'altr'anno? Chi mai, nella casa, aveva creduto necessario avere questo delicato e crudele pensiero per lui? Perchè tacitamente l'avevan messo a dormire presso la camera di Novella, con una sola porta fra loro, e che potesse aprirsi con tanta facilità?... La mattina dopo s'incontrarono, lividi, come se avesser ucciso ancora una volta. E compirono il rito funerario con una specie di meccanica obbedienza, di freddo rispetto, al senso di quel dovere ultimo. Ancora una volta la famiglia dell'ucciso li aveva lasciati soli, vicino a quella tomba. Vi andaron per la via della campagna, veloci, senza guardarsi, con le braccia cariche di fiori. Il sole raggiante li assiderava; l'orizzonte si moveva davanti alle loro pupille, come, dalla prua d'un veliero, il confine dell'oceano. Ella camminava rapidamente, vicino a lui, talora toccando il suo braccio, talora lontanandosi d'un passo; fili d'erba e fuscelli di paglia s'attaccavano alla balza della sua gonna rumorosa; ogni tratto egli vedeva luccicare le fibbie d'acciaio brunito che ornavano le gale delle sue scarpine. Aveva il torto, in quel mattino di primavera, d'essere più nuda e più femminile che mai. Senza che lo facesse apposta, l'abito nero e la compunzione del suo volto non facevano che accrescere visibilmente i segni della sua impurità. Era bella, bella, bella, e pareva scesa da un letto nel quale avesse amato infinitamente, pareva che portasse per una offerta profana quel fascio di fiori profumati. — Andrea... — Mio amore? Egli disse queste parole senza volerlo, istintivamente, come le avrebbe dato un bacio. Se ne pentì. — Non camminare così presto; inciampo... Egli rallentò il passo, e proseguirono a fianco a fianco, fra due siepi di robinie cariche di grappoli che mandavano un profumo soverchiante. Dietro le siepi vedevano qua e là i buoi camminare possentemente, trascinando l'uomo e il solco. Ella non s'era messo nè mantello nè cappello; solamente un velo di trina su la capigliatura luminosa. In quella semplicità, la sua carne trasparente brillava come un gioiello di straordinaria purezza. — Andrea... — Che vuoi? — Non ho dormito. — Io nemmeno. Parlavano, ella sommessamente, egli forte. Il cimitero biancheggiò d'un tratto. Ella disse: — Férmati. Egli ubbidì; rimase qualche attimo fermo; poi le prese una mano, quasi di nascosto, e la condusse. D'improvviso, davanti alla tomba, s'accorsero che non avevano più alcuna paura. Fra i cimiteri, su l'orlo dei sepolcri, dove la polvere torna polvere, l'uomo non può più credere neanche nella divinità della morte. Invece li afferrò senza remissione la gioia d'ogni cosa viva, il senso pagano della vita; s'accorsero che faceva un bel mattino di primavera; la terra fertile si gonfiava di rugiade iridescenti; l'aria inondata di sole tramandava ilarità; le tombe non erano che piccoli giardini; fra gli alberi del cimitero le nidiate cantavano. Ella disse, come allora , deponendo i fiori: — Povero, povero amico mio... Ed egli, con una specie di atono stupore, andava leggendo le parole incise nella pietra funeraria: GIORGIO AURELIO FIESCO
INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL
COSTRUTTORE DEL PONTE DI CIMBRA
NATO... MORTO...
PACE « Pace » — Che mai significava questo voto funerario? C'era forse una verità superumana in questo segno di quattro lettere? Quale senso aveva? Era essa una parola di ammonimento?... Una sigla tombale?... Una fredda ipotesi?... Era una parola: — ossia niente. « Pace » Tuttavia, nell'irrealità universale della umana conoscenza, pareva che questa parola avesse un significato maggiore di tutte le altre, più profondo, più interminabile... « Pace » Ed egli pensava: «Qui dorme l'uomo che uccisi. Di sotto quel puro marmo la sua faccia devastata mi guarda. Ride, ride... come allora... sì, me ne ricordo. — È un fatto grave? — Non è grave: è nulla.» Davanti alla opaca terra che nasconde il perpetuo marcire che si compone di dissolvimento in ogni átomo della sua polvere, la morte non era più una cosa grave, non era più che un'astratta immanenza del passato nell'avvenire, in verità somigliante alla parola: « Pace », — una specie di sorda memoria delle cose che furono, dentro quelle che saranno. Egli rilesse, questa volta con maggiore attenzione, le parole incise: GIORGIO AURELIO FIESCO
INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL... D'un tratto, come se si squarciasse nel suo cervello una densa tenebra, umanamente lo rivide, com'era nella sua gioventù, quando insieme avevano intrapreso ad ascendere per il cammino della vita. E intanto rileggeva macchinalmente la parola di quattro lettere, vuota come un cerchio d'ombra che s'allargasse nel brillante etere, la parola che gli sembrava beffarda come il sogghigno della morte... « Pace » Sul marmo polito un'iride di sole picchiava nel triangolo

Tag: parola    senso    pace    tratto    morte    notte    specie    vicino    lontani    

Argomenti: lungo giro,    lungo trillo,    trillo melodico,    ventre viscido,    grande fiore

Altri libri consultabili online del sito affini al contenuto della pagina:

Fermo e Lucia di Alessandro Manzoni
Giambi ed Epodi di Giosuè Carducci
La trovatella di Milano di Carolina Invernizio
Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo
Corbaccio di Giovanni Boccaccio

Articoli del sito affini al contenuto della pagina:

Venezia: alcune tradizioni e misteri leggendari
Bonifacio, la perla dell'estremo sud
Offerta capodanno a Lisbona
Offerte Capodanno Cuba
Il Lago Malawi: le principali informazioni da conoscere


<- precedente 1   |    2   |    3   |    4   |    5   |    6   |    7   |    8   |    9   |    10   |    11   |    12   |    13   |    14   |    15   |    16   |    17   |    18   |    19   |    20   |    21   |    22   |    23   |    24   |    25   |    26   |    27   |    28   |    29   |    30   |    31   |    32   |    33   |    34   |    35   |    36   |    37   |    38   |    39   |    40   |    41   |    42   |    43   |    44   |    45   |    46   |    47   |    48   |    49   |    50   |    51   |    52   |    53   |    54   |    55   |    56   |    57   |    58   |    59   |    60   |    61   |    62   |    63   |    64   |    65   |    66   |    67   |    68   |    69   |    70   |    71   |    72   |    73   |    74   |    75   |    76   |    77   |    78   |    79   |    80   |    81   |    82   |    83 successiva ->