La vita comincia domani di Guido da Verona pagina 15

Testo di pubblico dominio

poco prima, a breve distanza l'un dall'altro, cauti, su la punta dei piedi, per non interrompere quel sonno troppo lieve. Oh, come sono diverse le finestre che splendono di notte nella facciata d'una casa buia! Sonvene, per chi cammina e le vede passando, alcune che fanno invidia, che dànno quasi uno scoramento indicibile, una specie di triste gelosia verso la gioia che rischiarano. Sole, nell'alta notte, nell'alto silenzio, brillano d'una luce impudica, irruenta, ilare, che somiglia quasi ad uno scoppio di riso, che somiglia quasi alla bianchezza d'una nudità, — e sono le finestre dell'amore; ma dell'amore giovine, che non rifugia nell'ombra le sue colpe, che non ha paura della propria felicità. E sonvene di più velate, dalle quali pertugia insidiosamente un chiaror soffocato, che paiono dire a chi passa: — «Férmati e ascolta; non senti venire per l'aria un ánsito di voluttà? Siamo due soli e nascosti, e siamo accesi d'una febbre taciturna, che istilla quasi un veleno sottile nel sapore d'ogni bacio...» — E sono le finestre dell'amore; ma dell'amore già perverso, che si ubbriaca di filtri e sóffoca il suo grido nella coltre contaminata. Poi talune che vegliano solitarie, con una lampada immota, e sembrano rischiarare l'insonnia d'un'attesa, — d'un'attesa lunga ed inutile, o il mormorio d'una preghiera, — d'una preghiera fatta per l'assente, che forse non tornerà — o la stanchezza d'una mano che scrive, che scrive senza mai fermarsi, che scrive senza mai rileggere, al suo sogno lontano, al suo lontano amore... Poi talune, che sembrano illuminarsi d'un tratto, per una paura subitanea, per un dramma notturno, con ombre che s'avvicendano repentine, come se vi fosse nella camera un tramestìo di gente, che va, che viene, che parla concitata... Poi altre, le quali sembrano tenebrose della lor luce, come sono quelle fiammelle ad olio che bruciano davanti ai tabernacoli, in certe abbazìe di campagna, le sere d'autunno, dopo il vespero, quando le chiese dei poveri si émpiono di preghiera e di malinconia... Sono finestre semispente, che hanno un colore; nessuna ombra si muove nel loro fondo opaco; nessun romore viene dalla lor immobilità; ma solo una specie di brivido che si prolunga nella notte, che si propaga nel buio, con disperata tristezza. — E sono le finestre segnate, su le quali, perchè si spengano del tutto, soffierà la morte... Assaliti così da quel brivido, e pur indugiando nel bacio che li colmava d'oblìo, essi rividero la faccia supina dell'infermo, affondata nel guanciale, che apriva gli occhi senza muoversi ed in quel bacio li guardava. Sebbene avesse le fattezze del cadavere già scolpite sotto la pelle trasparente, li guardava cupo e fiso, per infondere uno spavento inesorabile nel loro inesorabile amore. Egli disse a lei, che s'annidava nelle sue braccia, e lo disse come per esprimere quella imprecisa paura: — Non odi? — Che? — Un rumore... Ascoltarono. Tutto il giardino dormiva. Solo, tra ramo e ramo, tra foglia e foglia, qualche rapido crepitìo, qualche sussulto fugace interrompeva l'odorato silenzio, metteva nell'ombra effusa di chiaror lunare un risveglio pieno d'ambiguità. Su la terra, nell'impenetrabile intrico dell'erbe, si agitavano vite furtive; in alto, fra i tacenti nidi, sotto le volte sonore dei padiglioni arborei, gli sciami notturni come orchestre in sordina aliavano senza tregua producendo un indefesso ronzìo. Laggiù, nella vasca, lo zampillo tenuto basso pullulava piano piano, scorrendo in un rivolo quieto che non sciacquava, ed ogni tanto interrompendosi come per riprender lena. Ad intervalli vi si udiva uno schianto: era forse una ranocchia, od un rospo, che dal margine vi saltava dentro, sul ventre piatto. Dai piccoli sentieri, fra i cespugli, sbucava un odore intenso di fioriture nascoste; poi d'improvviso, nell'inclinar del vento, la fragranza del maggengo non mietuto, che arruffandosi ad ogni folata prolungava per i campi una sonorità non dissimile dal tintinnìo d'un metallo, e in vicinanza, in lontananza diminuiva, come uno strepito di verghe d'argento. Senza parlarle, quasi con ira, egli appoggiò contro la sua fronte una mano fredda, e piegatole il capo all'indietro si curvò su lei, come se lo struggesse la tentazione di dirle una parola terribile, di confidarle un segreto immane, ma volesse prima leggere ne' suoi femminili occhi se aveva una così forte anima da poterne contenere in sè la tragica violenza. — Ascóltami, — egli disse, con voce sorda, che pareva il rombo d'una soverchia fatica interiore, — ascóltami, Novella, e médita bene prima di rispondere. Poi fece una pausa ed accrebbe la lentezza delle sue parole. Domandò: — Fino a che punto puoi amare un uomo? — Non un uomo — ella fece, con perdizione, — te solo, te solo... — Non mi rispondere così, a fior di labbro. Interroga bene te stessa. Troppe volte si confonde l'amore con l'esasperazione dei sensi, e troppe volte l'amore ha paura di sè stesso, quando lo risveglia un pericolo ch'esso non prevedeva. — No, — ella disse, — non c'è risveglio, non c'è limite... — Ma vi può essere, — egli rispose, premendo col palmo su le radici de' suoi capelli scintillanti, — vi può essere un'altra cosa che tu non sai... — E sordamente, senza un tremito nei diritti occhi, soggiunse: — La disperazione. Ella stava un po' curva all'indietro, piegata su le reni, ed oscillò. Ma il braccio dell'amante la reggeva per la cintura, onde non fu che un peso più greve contro la sua forza. Ismemorata, come se non potesse bene afferrare il senso di quelle sue parole, ma tuttavia ne rabbrividisse: — La disperazione?... — balbettò. — Che dici? E gli andava serrando le braccia con le mani trepide, come se cercasse in lui contro lui stesso un aiuto. — Che vuoi dire? Perchè mi parli a questo modo? Io non so nulla, non so nulla... ma ti amo... Diceva questo con una semplicità, con una sincerità che soverchiava ogni ragionamento; pareva che gli volesse rispondere: — Perchè m'interroghi? perchè mi tormenti? perchè cerchi di esagitare in me fantasmi che non conosco? Ti amo... Non c'è forse tutto in questa parola? A che scopo vuoi saper oltre?... La disperazione?... ma è una sola: Non essere tua. Ecco, ti rispondo: Essere tua fin dove tu voglia, e come e fin quando a te piaccia. Divenire un oggetto minuscolo, inerte, nel dominio della tua forza: null'altro. Ed è questo, non ti sembra? l'amore... Così ella pareva dirgli con quelle parole semplici, ed egli se ne rese ben conto. Anzi misurò per un attimo lo sfondo senza limiti dell'anima femminile, anima che sfugge alla comprensione dell'uomo nè sopporta l'altrui e meno ancora la sua propria vigilanza. Ond'egli pensò ch'era oltremodo vano tormentare con tante ricerche il suo docile cuore. A sè stesso, più che a lei, mormorò due parole rapide, vicino alla sua bocca: — «Non ancora». «Non ancora. Tu hai diritto alla mia mercede, povera creatura, perchè sei meno forte, e perchè mi ami. Io solo soffrirò per entrambi: — io solo». Subitamente, quell'odore della sua bocca lo sconvolse. Più forte che l'aroma della notte primaverile, più forte che l'olezzo del giardino ebbro, vaporante come un incensiere, su lui potè l'odore femineo di quella sua bocca soavissima, di quelle sue labbra socchiuse, appena umide, che avevano sete, che avevano involontariamente la forma ed il sapore d'un bacio, ch'erano più lascive di una forma ignuda, più nude che la nudità. Allora vide, intorno a' suoi occhi abbassati, le ciglia luminose tessere due piccoli semicerchi d'oro, e vide la sua pelle, su le gote, sul collo imbiondire per una vellutatura ch'eravi cosparsa, limpida, scintillante come l'oro. E vide nella sua gola riversa accumularsi un'ombra che tutta la vestiva, come un manto sotto il quale fosse nuda, e sentì che il suo petto gonfio colmava lo spazio fra loro, trasalendo ad ogni respiro, come fa un ventre

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Argomenti: due parole,    breve distanza,    petto gonfio,    sonno troppo,    triste gelosia

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