Fior di passione di Matilde Serao pagina 19

Testo di pubblico dominio

solamente la fanciulla, e si nascose il volto fra le mani. --Non amiamo più. Nulla vi ha più in noi, nulla risuona più nel nostro cuore. In noi si è fatto il silenzio e la solitudine: invano cerchiamo scuotere questa inerzia, invano ci ribelliamo contro questa indifferenza. L'amore è morto: e se quella sua forma fu una falsità, quella falsità è scomparsa. Allora tutti i difetti di quell'uomo, del nostro marito, ci appaiono nudi, brutti, odiosi; tutto in lui ci respinge, tutto in noi lo respinge. Allora malinconiche, desolate, giovani, con una piena di sentimento che si perde miseramente cerchiamo l'amore altrove... --Altrove?? --.... In un altro cuore che c'intenda. L'altro è sempre pronto, bello, poetico, cavalleresco, fatale, al cui paragone nessun marito regge. L'altro ha l'aureola della poesia intatta, sa amare, sa perdere la testa, non sa, non capisce che la passione. La donna ama quest'altro per logica necessità, perchè non ama più, perchè deve amare di nuovo, perchè l'altro è l'eletto del suo cuore! Ma immagina tu, fanciulla, con che disperata passione la donna si attacchi a quest'altro, immagina con che forza di animo si avvinghi a quest'altro che per lei rappresenta l'amore e la colpa, il dolore e la felicità! Immagina se questa donna che ha gittato in un giorno tutta la sua vita, voglia lasciar mai quest'uomo ad un'altra... E la parola si affogò nella strozza, per collera, per amore, per gelosia. Poi ella si rizzò in tutta la sua altezza: --Sposi tu Roberto Montefiore, Maria?--chiese brevemente. --Lo sposo, Giovanna--disse quella in piedi, seria, tranquilla. --E perchè? --Perchè l'amo. I due sguardi, egualmente innamorati, egualmente disperati, s'incontrarono come due lame nemiche. Al Veglione. La stanzina era immersa nell'oscurità. Ogni tanto, un bagliore rossigno si rifletteva sul muro: veniva dalla finestra. Nella via passavano gruppi di gente mascherata e con torcie che girava per le strade, cantando, ballando e schiamazzando. Verso le undici della sera una chiave girò nella toppa. Magda entrò, nell'ombra; senza accendere il lume, camminò nella stanza, a tentoni. Un profondo sospiro le sollevò il petto. --Che silenzio...--mormorò sottovoce. Rimase così un pezzo, immobile nel mezzo della stanza, come una statua nera nell'ombra. Si lasciava avvolgere da quell'ambiente cupo e deserto. --E che freddo!--soggiunse, rabbrividendo. Poi, quasi por sottrarsi a quelle cattive impressioni, accese rapidamente due o tre candele, gittò pezzi di legno nel caminetto. Con le mani delicate sollevò il soffietto e accese il fuoco. Subito la stanzina s'illuminò. Era tutta gaia nella stoffa chiara dei suoi parati a fiorellini rossi, nei suoi mobili eleganti, nelle trine della sua toilette. Gaia di colore, ma deserta. Magda si guardò attorno. Aveva freddo, sempre che ritornava ad aspettare in quella stanza solitaria colui che doveva venirci. Non si riscaldava che al solo suo arrivo: anzi, appena ne udiva il passo per le scale, le mani le bruciavano come per febbre, il sangue le dava una vampata alla faccia. Ora essa gelava, coi brividi che le passavano sul volto bianco, che le ammollivano le radici dei capelli fulvi. Da dieci giorni egli mancava da quella stanza. Lei lo aspettava ogni giorno. --Neppure questa sera verrà--pensò lei, sciogliendosi i magnifici capelli per pettinarli. Ma guardandosi nello specchio, si rincorò. Si trovava bella nelle labbra rosse e carnose, negli occhi verdi che si facevan fosforescenti alla sera, nella bianchezza senza macchia della fronte, del collo. --Verrà sicuramente--pensò rassicurata. Si assorbì nel ridurre a minime proporzioni la ricca capigliatura che ondeggiante rassomigliava alla criniera di un leone, nel prodigare alla sua persona le cure più minute che una donna bella, ricca e disoccupata può inventare. Un passaggio di torcie la sgomentò. --Quanta gente per le vie...--pensò--ma egli verrà sicuramente. Pure, come l'ora passava, cresceva la sua inquietudine. Le mani si stancavano, andavano a rilento, cadevano fiacche in grembo: tutta la sua persona era presa da un senso di infinita debolezza. --Coraggio, egli verrà--ripeteva a sè stessa. Così andò all'armadio di legno scolpito e ne cavò fuori un costume completo da Follia, metà di raso azzurro, metà di raso rosa, tutto a sonaglini di argento, col berrettone puntato, ornato di campanellini. Era un costume corto, scollato, quasi senza maniche. Vi mise le calze, una di seta azzurra, una di seta rosa, gli stivalini anche differenti fra loro: era pronta anche la marotte carica di sonaglini. Tutto questo insieme di abbigliamento le fece vergogna. Lei abituata agli strascichi di broccato e di trine, alle severità dei velluti, aveva orrore di quell'ignobile abito corto da ballerina, da saltatrice di corda. Non l'avrebbe mai messo, mai. Rimaneva in piedi, presso il divano, contemplando col viso addolorato quell'abito. Non avrebbe mai osato metterlo, mai. Suonò mezzanotte. Non aveva che un'ora per vestirsi ed andare, un'ora sola. Lentamente, sedendosi ad ogni istante, abbattuta ad ogni istante da subitanei abbandoni, rialzata da impeti subitanei, senza guardarsi nello specchio, arrossendo nelle spalle nude, dal collo alla fronte, rabbrividendo come una febbricitante. Quando vide che sotto la gonna si distinguevano i piedi sino al collo della gamba, si buttò sul divano, tutta raggricchiata, non osando più muoversi; quando si fu decisa ad appuntare sul capo il berrettone e che solo facendo un movimento tutti i campanellini suonavano, ella ebbe tutta l'angoscia del suo ridicolo. Non sarebbe mai andata. --Non importa, egli verrà--pensò ancora, con un eroismo muto. Mise alle dita i suoi anelli gemmati che le facevano rassomigliare la mano a qualche cosa di fulgidamente alato, infilò il dominò di raso nero, che la coprì tutta. Prima di partire fu presa da una esitazione, quasi che abbandonasse per sempre una persona cara. Pareva che tutto le dicesse sommessamente: Rimani, rimani. --No, io andrò--disse lei a voce alta, quasi per incoraggiarsi--poichè egli verrà. Solo nella via sentì il freddo delle spalle nude sotto il raso nero del dominò; non aveva messo pelliccia, lei abituata a stare calduccio. Ma come la febbre divoratrice le saliva al cervello, non sentì più il freddo. Una nuova paura fu quella di non trovare carrozza. Camminava impacciata e guardinga, gelata dal freddo, riarsa dal caldo, urtando nelle colonnine; smarrendo la via sotto la maschera. Già qualche viandante si era fermato a veder passare questo dominò imbarazzato, profumato ed elegante. Uno l'aveva chiamata, offrendole da cena. Lei tremava, lei, la contessa, abituata alla devozione dei servi, al rispetto degli amici--sola, abbandonata, morente di vergogna e di paura. Finalmente una carrozza passa, ella chiamò, vi salì dentro come un naufrago che giunge a riva. --Che importa? Egli verrà. Era la sua giaculatoria, la sua litania, la sua ultima, solenne, grandiosa speranza. Era la preghiera: in lui si riassumeva tutta la sua vita. Non vide la via, non avvertì il tempo trascorso. Si trovò innanzi all'atrio senza sapere come. Scendendo di carrozza, sulla soglia, un dominò la complimentò brutalmente sulla bellezza del piedino. Ella tirò innanzi rapidamente, non trovando il corridoio buono che la menasse al suo palco, smarrita, mordendosi le labbra sotto il sussulto nervoso. --Pazienza, egli verrà. Quando arrivò al suo palco era la una, l'ora dell'appuntamento. Lei si mise a guardare attentamente nella platea, dove si agitava una folla nera e urlante, variegata di costumi vivaci e di dominò chiari. Ballavano, saltavano, con le braccia in aria, le gambe di qua e di là, come burattini chiassosi e fracassoni. Una nebbia rossastra saliva al soffitto del teatro; non si distinguevano molto le faccie. Lei fissava i suoi occhi acuti attraverso la maschera; un turbamento le appannava la vista. --Egli verrà, egli verrà. Dopo aver esplorato la platea,

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Argomenti: profondo sospiro,    bagliore rossigno,    costume completo,    abito corto,    corridoio buono

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