Fior di passione di Matilde Serao pagina 30

Testo di pubblico dominio

tutte, compresa Calliope Stavro. Quando passava a cavallo per le vie di Santa Maura, cavaliere bello ed elegante, egli salutava ogni fanciulla che accorreva al balcone con un saluto profondo e uno sguardo significante. Egli scriveva sui loro albums bellissimi versi, versi cupi e passionati, che turbavano quella a cui erano diretti. Nelle escursioni di piacere egli si smarriva nei boschetti or con una, or con un'altra, ma non parlava d'amore a nessuna. Egli passava volentieri le notti di estate all'aria aperta, passeggiando sotto le terrazze imbalsamate dal profumo delle rose, senza che si sapesse per quale terrazza egli passeggiasse più specialmente. Così se qualcuna aveva per lui una simpatia segreta, non si poteva dire quale fosse la sua segreta simpatia. Pure in casa Stavro ci andava spesso. Ma era così discreto, così incantevole nella sua semplicità, che in quella casa avevano finito per adorarlo. Egli s'interessava vivamente agli affari di Spiridione Stavro, il padre di Calliope; egli era il confidente d'amore di Nicolaki Stavro, fratello di Calliope: egli cantava al pianoforte le romanze italiane per Dionisio Catargì, il fidanzato di Calliope. Le serve erano innamorate di lui. Solo la fanciulla, non lo amava, nè lo odiava, come il suo solito. Ella serbava il suo aspetto insoddisfatto e sdegnoso, un silenzio lungo e torbido. Paolo la interrogava spesso per conoscerne l'anima. Egli tentava di far risuonare tutte le corde, per sentire l'armonia di quel cuore. Ma l'anima era dura e il cuore senza musica. Nulla vibrava in quella fanciulla. Invano egli le parlava dell'Italia, della divina e profumata Italia, in cui la vita si colorisce nell'amore, dalle tinte più delicate dell'argentino-roseo sino alle cupe, profonde e rosse, del rosso che pare nero. Invano egli le diceva della bionda Dalmazia dalle forti donne, della Dalmazia bionda cui bagna malinconicamente il freddo, glauco e malvagio Adriatico. Lei ascoltava e talvolta un'aura di sorriso ironico le aleggiava sulle labbra. Paolo se ne accorgeva e desisteva. Calliope lo irritava. Ella scomponeva la sua calma olimpica. Allora, pensando che ella fosse frivola e vana, le portava i giornali francesi, le canzonette della nuova operetta, i libri nuovi. Li leggevano insieme. Lui leggeva benissimo, con una voce in cui tremava un'emozione strana. Ella stava a sentire quelle singolari descrizioni, quelle scene amorose, ora fredde e gravi, ora ardenti; stava a sentire, ma parea non ascoltasse. Spesso sembrava che ella si annoiasse profondamente di tutto. Si stringeva nelle spalle come infastidita, ma non diceva nulla. Una volta erano soli. Da una settimana Dionisio Catargì era partito per la campagna, per la raccolta della passolina che si fa nel luglio. Paolo leggeva un libro francese, un romanzo d'amore. Calliope ascoltava. D'un tratto egli si arrestò e la guardò. Ella era pallida, con gli occhi chiusi. Lui, preso dal suo orgoglio di seduttore, si chinò per baciarla audacemente sulle labbra. Ma i grandi occhi verdi si aprirono e lo fissarono con uno sguardo così glaciale che egli s'arretrò, chiuse il libro e partì senza pronunziare una parola. Provò a parlarle di arte. Dinanzi agli orrizonti sereni, dinanzi all'Jonio azzurro, con la frase eloquente e calda, egli ricostruì quei templi dalle linee pure, dalla bellezza immortale, quelle città piene di luce e di amore, quei portici dove s'elevava nell'aria l'alto insegnamento dell'ideale. Più indietro, più indietro ancora, le disse di quella stupenda natura, in cui tutto era divino, gli alberi, i fiori, i fiumi, in cui cinquemila Dei popolavano un Olimpo, in cui le nozze fra il cielo e la terra mettevano nell'aria l'immensità della passione, il mormorìo dei baci e l'olezzo dell'amore. Ella non comprendeva. Paolo taceva, disgustato, annoiato, con la bocca amara e le labbra inaridite. Fu più tardi, nel colmo dell'estate, che per la prima volta le parlò d'amore. Mai ne aveva detto nè con Calliope, nè con altri. Il volto del poeta diventava duro e immobile come il marmo, quando il discorso cadeva sull'amore. Trascinato da un impeto, lasciandosi portare dove la natura mobile ed egoista lo trasportava, una sera egli ruppe il silenzio. Quel soggetto lo eccitava, lo esaltava. Sgorgavano le idee ora incandescenti come la lava, ora scettiche, ora sprezzanti. Si contraddiceva, se ne accorgeva, spiegava la sua contraddizione. Il paradosso sfoggiava i suoi colori iridescenti. Tutto quanto era compresso nell'anima, scoppiava col fracasso di un torrente. La voce ora tremula e bassa, ora grave e sonora; gli occhi vaganti, quasi ispirati, il gesto largo. La fanciulla ascoltava. Egli finì per dire che noi abbiamo una sola via alla vita ed è l'amore, una sola via alla felicità ed è l'amore, una sola via alla morte ed è ancora l'amore. Poi tacque. Calliope ascoltava ancora. In casa Stavro si ballava. Era il dicembre. Si dava una festa in onore di Paolo de Joanna che partiva per l'Inghilterra. Erano riunite tutte le belle donne, tutte le belle fanciulle dell'Isola. Qualcuna certamente sospirava dietro quello straniero che se ne andava così tranquillo e felice, senza curarsi di quello che lasciava dietro di sè. Lui ballava con tutte. Calliope anche aveva molto ballato; il primo waltzer con Dionisio Catargì, il suo ossuto innamorato, il quale, poichè la passolina era andata splendidamente, era contentissimo e le aveva donato un paio di orecchini di brillanti. Ora, la quadriglia chiamata con voce nasale da un direttore greco, Calliope la ballava con Paolo de Joanna. Discorrevano con una certa indifferenza, lasciando cadere le parole. --Tornerete? --Ho promesso di ritornare--le rispose lui, evasivamente, anche in italiano. --Tornerete?--insistette duramente lei, come se volesse obbligarlo alla verità. --No--disse lui, raddrizzandosi nell'orgoglio feroce del suo animo. Non tornerò. Il babbo li divise. Quando il babbo li riunì: --Non siete triste?--chiese lei. --Io non sono mai triste, nè mai allegro. Io sono saggio; siatelo anche voi. --Lo sarò--rispose Calliope nettamente sorridendo. Si riposavano. Lui le parlava sempre quietamente. Lei ascoltava con gli occhi bassi, con un lieve riso della bocca. --Cara fanciulla, la vita è fatta di queste separazioni. Ci sembrano amare, non sono. Bisogna vivere filosoficamente, godendo la gioia di oggi, non rimpiangendo quella di ieri, non desiderando quella di domani, --È vero,--rispose lei tranquillamente. --Poi--riprese lui--il piacere non può essere intenso che sagrificando la sua lunghezza. Per vibrare molto, non si può vibrare per molto tempo. --È vero--e andò a ballare. Quando la fanciulla ritornò, egli ricominciò il suo discorso. --.... anche l'amore è una cosa volgare e comune. Noi lo poetizziamo, per orgoglio, per fingerci esseri superiori. L'amore non mantiene una sola delle promesse che fa. L'amore è inutile. --È vero--disse lei per la terza volta. Nella notte rigida d'inverno lo scoglio altissimo si rizza, tutto nero. È a picco, tagliato nettamente come con un colpo di accetta gigantesca. Il suo capo di roccia pare debba essere abitato appena dall'aquila. Niuna luce vi fa piovere lo scintillío delle stelle che paiono di acciaio tersissimo. Non un albero, non una pianticella, non un filo d'erba. Roccia angolosa, arida, dura, quasi livida di collera. Silenzio profondo, il silenzio delle altitudini. Sotto, l'Jonio rumoreggia, si rompe contro la parete dello scoglio. La fanciulla compare. Non si affretta, non va lenta; il suo passo ritmico nulla ha d'incerto. Non piange, non singhiozza. Giunta sul picco, sulla breve piattaforma si ferma, guarda giù, lungamente, quasi ascoltando. Per un momento le braccia si levano al cielo, come una bestemmia, come una minaccia, disperate. Poi si scioglie i bei capelli biondi, guarda l'Jonio bruno e si butta giù. ............................................... O mamma cara, come si chiamava Santa Maura in greco antico? --Leucade. --Leucade di Saffo,

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Argomenti: sorriso ironico,    voce nasale,    silenzio lungo,    cavaliere bello,    saluto profondo

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