Romanzo d'una signorina per bene di Anna Vertua Gentile pagina 10

Testo di pubblico dominio

sentirsi stranamente commossa. «Buona sera!—la salutò toccandosi il cappello. «Buona sera!—balbettò Lucia. E si rivolse per tirar via nel viottolo. Il cane seguì per un piccolo tratto l'ingegnere abbaiando e saltellando; poi tornò presso la padroncina. «Non voglio levar gli occhi per un poco; fin che egli non abbia scantonato—pensava intanto Lucia. Ma proprio in quel momento, come attratta da forza ignota, superiore a la sua volontà, i suoi occhi si rivolsero e si incontrarono in quelli del giovine che pure in quel punto si era voltato. «Che proprio si tratti di fascino?—pensò la fanciulla, sentendosi scottare la faccia e il collo da una vampata, che veniva da malcontento di sé, da ribellione impotente contro la propria volontà. Al rosso tramonto era successo il bagliore mesto della prima sera. Dai prati si sollevava un vapore tenue, d'un bianco cenerognolo; le piante, scosse dalla brezza, frusciavano le vette nella semi-luce; il parco si andava facendo sempre più deserto; il brusio della città, arrivava attutito dalla distanza. Lucia affrettò il passo verso casa. Al grande, doloroso turbamento recato a l'anima sua dalla inaspettata notizia del matrimonio del padre, era successa una mite rassegnazione, e una indefinibile soave speranza, che strappava il suo sentimento dalle angosce per innalzarlo su su, presso la mamma sua, che lo custodisse e lo proteggesse come una cosa pura e santa. * * * Il signor Pippo Ferretti non tardò molto ad annunciare in famiglia il suo matrimonio con la signora Rabbi; la bellissima e gentile signora, che si era degnata di concedergli la sua mano. Il buon uomo era così felice, che non dubitava punto di rendere anche gli altri felicissimi con la fausta notizia. Tanto è vero, che disse la cosa senza titubanze, anzi con certi guizzi di gioia negli occhi e certi sorrisi beati, che dicevano chiaro e tondo come egli non avesse sentimento che per accogliere la sua contentezza. Finì con raccomandare a la sorella e a la figliuola, che si trovassero pronte il domani per la tal'ora, ch'egli aveva promesso a la signora Rabbi di condurgliele per la prima visita doverosa. Lucia, alla comunicazione fatta con tanta leggerezza, anzi con un piacere esclusivo che non ammetteva manco l'ombra d'un riguardo, manco un piccolo slancio di tenerezza per lei, si sentì a tutta prima, serrare il cuore come in una morsa. Ma fece violenza a sè stessa per nascondere la mortificazione e il dolore, ed ebbe la forza di sorridere dicendo quasi scherzosamente che quella non era per lei una novità. Cosa questa che aumentò il buon umore del babbo, il quale la chiamò birichina, furbetta, che capiva le cose a volo. E si fregava le mani rivolgendosi a la sorella, la quale, egli scommetteva, con i suoi anni e la sua esperienza, non doveva essersi accorta di nulla. Per questo la notizia l'aveva sbalordita che se ne stava lì come una statua senza trovare una parola da dirgli. Infatti, la signora Marta, che non si aspettava così presto lo scoppio della bomba, come diceva lei, era davvero restata lì come intontita, e con gli occhi e l'atteggiamento della bocca, mostrava tutt'altro che esultanza. Ma il signor Pippo Ferretti non era certo in condizione d'animo da avvertire i sentimenti altrui. E quel giorno, durante tutto il tempo del pranzo, parlò continuamente lui, in una smania di dire e dire della bellezza a specialmente delle virtù della sposa. Uscendo subito dopo la solita toeletta, tornò a ripetere la raccomandazione, che per il domani a la tal'ora, si trovassero tutte due pronte per la visita. Come le altre sere, Lucia accompagnò il babbo fino su la soglia della portineria e stette a vederlo allontanarsi svelto e ringiovanito dalla felicità. Un senso di profonda, invincibile melanconia, turbò per un momento l'animo della fanciulla. «Nel suo cuore—pensò—adesso il sentimento più forte non è certo il paterno!… Oh mamma!—sospirò alzando gli occhi al cielo stellato. E riparò nell'affetto della morta. In quel momento lo squillo del campanello annunciò visite. «Le sorelle Zolli, per certo!—disse fra sè Lucia, con un senso di noia. Ma dietro le due ombre, quella sera ce n'era un'altra; ed era quella d'un uomo. Un guizzo di speranza attraversò il cuore della fanciulla; ma fu un rapido guizzo. La lampada pendente dal tettuccio della scala, illuminò, subito dopo le figure allampanate delle sorelle Zolli, la persona di Aldo Svarzi. «Cosa viene a far qui così spesso da un poco in qua, quel biondone scipito?—si trovò a chiedersi Lucia, con un aggrottamento delle ciglia che traduceva l'apparire d'un dubbio fastidioso, in sè stessa. Ma al senso fastidioso, rispose con indifferenza. Venisse! che cosa importava a lei? Dal salotto, aperto a l'aria tepida di primavera, venivano le voci sommesse della zia, delle signore Zolli e del signor Svarzi; voci monotone, senza intonazione, senza varietà d'accento, da gente che parla per dire; che non dice per esprimere sentimenti e pensieri. Entrò anche lei, chiamata dalla convenienza. Come di solito, fu accolta dal signor Aldo con atto e sorriso di piacere. Ella stese la mano che fu tosto serrata con effusione e s'inchinò davanti alle sorelle Zolli. Prima che avesse il tempo di mettersi a sedere, la zia la pregò che facesse un po' di musica. Lucia si arrese tosto all'invito. La musica l'avrebbe dispensata dalla noia di quella conversazione sbiadita. Passò nel salottino attiguo a quello e il signor Svarzi la seguì. Zia Marta voleva sentire il suono del piano a qualche distanza. «È un suono smorzato che riesce più soave!—diceva. Fatt'è che Lucia si trovò nel salottino sola con Aldo Svarzi; cosa che la seccò, ma a la quale non avrebbe potuto mettere rimedio senza usare uno sgarbo. Aperse su 'l leggio la prima musica che le capitò sotto mano; un pezzo brillante, che ella suonò con foga un po' stizzosa, sentendosi addosso lo sguardo del giovine. Perchè egli la guardava così intensamente?… Che cosa voleva da lei quel signore?… Gli ultimi accordi del pezzo staccarono suoni aspri, stizziti. «Brava!—disse dal salotto zia Marta, che non capiva che la musica fragorosa. «Benissimo!—fecero in coro le sorelle Zolli. «Perfettamente eseguito!—esclamò Svarzi, aprendo su 'l leggio un altra musica tolta a caso; e la musica era una suonata di Beethowen. «Questa non piacerà che a me!—pensò Lucia con un senso di piacere per la certezza di non essere capita dagli altri, che la seccavano. «Questa musica—disse poi a Svarzi—è come un pallido chiarore di luna su una landa deserta; cosa che non commuove tutti! E attaccò la musica sublime con raro sentimento di interpretazione, dilettando l'animo suo, dimenticando, dimenticandosi. Il signor Svarzi stava attento a voltare le pagine e, ogni tanto si lasciava sfuggire un'esclamazione di lode. Ma Lucia non gli badava e tirava via a suonare per sé stessa. Ad un tratto la colpì una voce di là nel salotto. Smorzò il suono e tese l'orecchio. Quella voce ella la conosceva. Arrossì di dispetto. Doveva star lì a strimpellare con quello spilungone dietro, che aveva l'aria d'essere autorizzato a farle la corte!.. Ebbe voglia di chiudere il piano, di lanciare un'insolenza allo Svarzi, di scappare da tutto e da tutti, di correre a chiudersi in camera! Troncò il pezzo a mezzo, si alzò è passò di là seguita dal signor Aldo. L'ingegnere Del Pozzo, già ritto, stava per congedarsi. Lucia vide i suoi occhi chiari fissarsi su lei con muta sorpresa, quasi con interrogazione; le parve di indovinare un rimprovero in quello sguardo; si sentì offesa, si irrigidì, rispose freddamente, quasi altezzosamente all'ingegnere, e appena lui partito, salutò la compagnia dicendosi stanca e si ritirò. La perseguitava quello sguardo di sorpresa e di muta interrogazione. Che diritto aveva lui, il conte Anton Mario Del Pozzo, di meravigliarsi? di chiedere?.. Non era forse padrona lei di fare quanto meglio le piaceva?.. Gli doveva

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Argomenti: raro sentimento,    ribellione impotente,    rosso tramonto,    bagliore mesto,    doloroso turbamento

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