Corbaccio di Giovanni Boccaccio pagina 13

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primieramente si mettea davanti un grande specchio e talor due, acciò che bene in quelli potesse di sé ogni parte vedere e conoscere qual di loro men che vera la sua forma mostrasse; e quivi dall'una delle parti si faceva la fante stare e dall'altra avea forse sei ampolluze e vetro sottile e orochico e così fatte bazicature. E, poi che diligentemente fatta s'avea pettinare, ravvoltisi i capelli al capo, sopr'essi non so che viluppo di seta, il quale essa chiamava trecce, si poneva; e, quelle con una reticella di seta sottilissima fermate, fattosi l'acconce ghirlande e' fiori porgere, quelle primieramente in capo postesi, andando per tutto i fiori compartendo, così il capo se ne dipignea, come talvolta d'occhi la coda del pavone avea veduta dipinta; né niuno ne fermava che prima allo specchio non ne chiedesse consiglio. Ma, poi che la età venne troppo parendosi e i capelli, che bianchi cominciarono a divenire, quantunque molti tutto 'l dì se ne facesse cavare, richiedeano i veli, come l'erba e' fiori solea prendere, così di quelli il grembo e il petto di spilletti s'empieva e collo aiuto della fante si cominciava a velare; alla quale, credo con mille rimbrotti, ogni volta dicea: “Questo velo fu poco ingiallato; e questo altro pende troppo da questa parte; manda questo altro più giù; fa' stare più tirato quello, ché mi cuopre la fronte; lieva quello spilletto, che m'hai sotto l'orecchie posto, e ponlo più in là un poco; e fa' più stretta piega a quello che andare mi dee sotto 'l mento; togli quel vetro e levami quel peluzo ch'ho nella gota di sotto all'occhio manco”. Delle quali cose e di molte altre, che ella le comandava, se una sola meno che a suo modo n'avesse fatta, cento volte, cacciandola, la bestemmiava, dicendo: “Va' via; tu non se' da altro che da lavare scodelle; va' chiamami monna cotale”. La quale venuta, tutta in ordine si rimetteva; e dopo tutto questo, le dita colla lingua bagnatesi, a guisa che fa la gatta or qua or là si lisciava, or questo capello or quello nel suo luogo tornando; e di quinci forse cinquanta volte or dinanzi or da lato nello specchio si guardava e, quasi molto a se stessa piacesse, a pena da quello si sapea spiccare; e nondimeno si faceva alla sua buona donna riguardare; e con cautela la esaminava se bene stesse, se niuna cosa mancasse, non altrimenti che se la sua fama o la sua vita da quel dipendesse. E poi che molte volte avea udito ogni cosa star bene, alle compagne, che l'aspettavano, andava davanti, anche di ciò con loro riprendendo consiglio. Ben so che alcuno dire potrebbe questa non essere cosa nuova, non che a lei ma nell'altre donne; e certo io non la dico per nuova, ma per viziosa e spiacevole e cattiva: e per mostrare ch'ella non è separata da' costumi dell'altre e perché più pronta fede sia data a quello che resultava di questi modi, quando tel dirò; che sarà tosto. Chi della cagione di questo suo abellirsi con tanta sollecitudine domandata l'avesse, prestamente, sì come colei ch'è più ch'altra femina di malizia piena, rispondea che per più piacermi il facea; agiugnendo che, con tutto questo, non poteva ella tanto fare ch'ella mi piacesse, sì ch'io lei non lasciassi per ire dietro alle fanti e alle zambrache e alle vili e alle cattive femine. Ma di ciò mentia ella ben per la gola: ché né io andava dietro alle zambrache e a lei era assai poca cura di dovermi piacere. Anzi, sì com'io molte volte m'accorsi, a qualunque giovane, o qualunque altro che punto d'aspetto avesse piacevole, che dinanzi alla casa passasse o dov'ella fosse, non altrimenti il falcone, tratto di cappello, si rifà tutto e sopra sé torna, che faceva ella, sommamente desiderosa d'essere guardata; e così si turbava in se medesima, se altro passato fosse che non l'avesse guatata, come se una grave ingiuria avesse ricevuta. E, se alcuno per aventura, avendola riguardata, la sua belleza commendata avesse e da lei fosse stato udito, questa era sì gran festa e sì grande allegreza che niun'altra mai a questa ne fu simigliante; né l'arebbe quel cotale alcuna cosa adomandata, ch'essa non l'avesse, potendo, fatta più che volentieri e tosto; e così, per contrario, colui, che biasimata l'avesse, l'arebbe volentieri colle propie mani ucciso. Canzoni, suoni e mattinate e simili cose, più che altra, volentieri ascoltava; e sommamente avea astio di qualunque fosse colei alla quale, o per amore della quale, fossero state cantate o fatte, sì come quella che di tutte arebbe voluto il titolo, parendole di quello e d'ogni altra cosa molto più che alcuna altra esser degna. E, acciò che io ora di questa materia più non dica, dico che questi sono gli ornati e laudevoli costumi e il gran senno e la maravigliosa eloquenzia che di costei il tuo amico, male consapevole del fatto, ti ragionava; questa era la gran costanzia, la somma forteza dell'animo di costei; questo era il grande studio e la sollecitudine continua, la quale ella avea alle cose oneste, come avere debbono quelle donne le quali gentili sono, come ella vuole essere tenuta, e per la qual meritamente tra le valorose antiche, di loro parlando, dee esser ricordata. Della sua magnificenzia, nella quale ad Alessandro ti fu asomigliata, non dopo molte parole udirai alquanto. Essa, con questa sua vanità e con questa esquisita leggiadria (se leggiadria chiamar si dee il vestirsi a guisa di giocolari e ornarsi come quelle che ad infiniti hanno per alcuno spazio a piacere sé concedendo per ogni prezo) e con l'essere degli occhi cortese e più parlante che alla gravità donnesca non si richiedea, molti amanti s'avea acquistati; de' quali non avvenne come di chi corre al palio, il quale ha l'uno de' molti; anzi de' molti pervennono molti al termine disiato, sì come essa procacciava. Alla cui focosa lussuria non che io bastassi solo, o uno amante o due, oltre a me, ma molti ad attutarne una sola favilluza non erano sufficenti: della qual parlato non t'ho, né intendo distesamente parlare, per ciò che contraria medicina sarebbe alla infermità la quale io sono venuto a curare; conoscendo io che tanto, quanto coloro, che l'amistà delle femine desiderano, più focose le sentono, più di speranza prendono e per consequente più di nutrimento agiungono al loro amore. Sommariamente addunque di questa parte toccandoti, ti dico che, come ch'io già ne sospicciassi, ora ne son certissimo che tal cavaliere è per lo mondo, per lo passato più animoso che aventurato, del quale essa innamoratasi, assai volte già seppe come pesava; e, senza al suo o al mio onore avendo riguardo niuno, così la sua dimesticheza usava, come il mio marital debito: non solamente il se medesima concedendoli le bastava, ma essa, come l'amico tuo ti disse ch'era magnifica, per magnifica dimostrarsi, non del suo ma del mio, una volta e altra e poscia più, quando per uno cavallo, quando per una roba, e talvolta fu in grandissima nicessità di lui, di buona quantità di danari il sovvenne: sì che, dove tesoriera avere mi credea, donatrice, scialacquatrice e guastatrice avea. Né ancora bastandole il mio dovuto amore, né quello ch'essa a suo piacere scelto s'avea, ancora aggiunse a sodisfare i suoi focosi appetiti tal vicino ebb'io, al quale io più d'amore portava che egli a me d'onore. E, come che io e ciascuno di questi, otta per vicenda, acqua rifrigeratoria sopra le sue fiamme versassero, nondimeno con alcuno suo congiunto con più stretto parentado si ricongiunse; e di più altri, i quali ella provare volle come arme portassono o sapessono nella chintana ferire, parendomene avere detto assai, giudico che sia da tacere. In queste così fatte cose porgendo a ciascuno mano, donando a ruffiane, spendendo in cose ghiotte e in lisci, usava la tua nuova donna la magnificienzia egregia, dal tuo amico dàtati a divedere. Delle cui alte virtù splendide e singulari volendo, secondo il preso stile, avanti procedere, una via e due servigi farò: per ciò che, mentre ti racconterò quelle, ti

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